Raimondo Strassoldo: note su sociologia, pace e guerra

Settembre 2025

Alta Scuola Internazionale di Sociologia – ASIS 2025

Indice: 1. Introduzione autobiografica; 2. Note filologiche e bibliografiche; 3. Note storiche; 4.guerra e pace: approcci della sociologia in senso stretto, delle scienze sociali e umanistiche, e della cultura generale; 5. L’analisi sociologica della guerra e della pace; 6. Una tipologia delle guerre; 7. Conclusioni.

1. Introduzione autobiografica

Non sono (più) uno specialista sul tema che mi è stato assegnato in questa Alta Scuola. La mia produzione scientifica sull’argomento  ammonta, stimo, a non più del 2% del totale (sarebbe facile calcolarlo con esattezza, ma non ho avuto il tempo in questa occasione). Gran parte di essa risale ai miei anni giovanili, con alcune riprese minori nei decenni seguenti. Qui rendere più “caldo” il discorso, inizio con qualche riferimento alle mie personali esperienze, che in vario modo hanno alimentato il mio interesse per questo argomento.

a) Sono cresciuto, a pochi chilometri dell’Isonzo e del Carso, dove si è svolto il grosso della Grande Guerra tra l’Italia e l’impero austro-ungarico, lasciando segni vistosi sul terreno ( es. i  cimiteri monumentali di guerra, come quelli di Aquileia, Redipuglia, Oslavia; e quelli austroungarici) e nelle memorie locali. Dopo la seconda Guerra Mondiale, il Friuli come avamposto dell’area Nato, si è riempita di caserme, installazioni e personale militari, compresa la base aerea americana di Aviano, dove sono custodite anche un po’ di bombe atomiche. Qui si vedevano spesso colonne di mezzi militari in esercitazione, e la sera i paesi si riempivano di soldati in libera uscita.

b) appartengo ad una famiglia di antiche tradizione militari; per lo più, al servizio dell’Impero (Sacro Romano Impero)  e di Venezia contro i Turchi. Mio padre è stato ufficiale della Marina Militare italiana, e la sua ultima destinazione è stata negli uffici militari della Presidenza della repubblica italiana. Grazie a lui, sono nato a Roma, e ho passato diversi anni formativi in ambiente militare.

c) a vent’anni ho fatto il servizio militare da soldato semplice (“dragone”), nel Reggimento Genova Cavalleria. Soprattutto i mesi al Centro di Addestramento Reclute (CAR) a Palermo sono stati un’esperienza molto interessante. Allora avevo già fatto qualche lettura di sociologia, e credo mi abbia aiutato a capire qualcosa delle apparenti e vistose stranezze di quell’ambiente.

d) da studente universitario, ho avuto un momento di interesse per i movimenti pacifisti, non  per quali contingenze, e ho avutoun contatto epistolario (Marzo 1965) con Bertrand Russell, famoso per molte altre ragioni, ma anche come titolare della sua Peace Foundation, a favore del disarmo, anche unilaterale. Conservo come tra i mei cimeli più cari, incorniciata sopra il mio tavolo di lavoro, la lettera firmata da Russell di sua mano (un po’ tremolante; allora BR aveva  93 anni). Ho avuto anche una breve corrispondenza epistolare con la Joyce Lussu, presidente  della filiale italiana di quella Fondazione, ma per vari motivi ho dovuto lasciar perdere. La principale è che non condividevo lo slogan “better red than dead”

e). Nel 1968 sono stato avviato dal mio Maestro, Franco Demarchi, allo studio della “peace research”, nel quadro del neonato l’”Istituto di sociologia internazionale di Gorizia” (ISIG). Ho avuto contatti personali e stretti, per diversi anni, con Johan Galtung, da sempre considerato uno dei massimi autorità nel campo. Ho partecipato ad a diversi convegni della International  Peace Research Association (IPRA). Nel 1973  e 1974 sono stato ospite, nei seminari di Galtung su “il futuro della pace”, che si svolgevano a Dubrovnik/Ragusa, in una prestigiosa sede concessa dall’Università di Zagabria. Quella sede fu distrutta dalle cannonate serbe nel 1992, nei primi giorni della guerra tra Serba e Croazia. In quei giorni fu scossa la mia fede sulle potenzialità della sociologia di prevenire le guerre e stabilire la pace. Invece che fare il sociologo e scrivere sulla pace avrei preferito essere un artigliere per affondare quelle maledette cannoniere che stavano martirizzato quella meravigliosa  città.

f) ho risposto con zelo all’invito di Franco Demarchi di studiare gli effetti della presenza militare sullo sviluppo socio-economico del Friuli, problema allora (anni 60) molto dibattuto nell’ambiente politico regionale. Questo mi ha stimolato ad approfondire, a partire dall’oggetto specifico e locale, cioè le “servitù militari”, anche la sociologia militare più generale. Per qualche anno ho seguito la letteratura in merito, anche frequentando le sessioni dell’apposito Research Committee dell’International Sociological Association, che ricordo, figura ancora al primo posto nella lista dei Comitato (RC 1, “armed forces and society”) In tempi più recenti al titolo è stato modificato in dizione “armed forces and conflict resolution”. Un altro modo di dire “guerra e pace”. La sua posizione nella lista dava l’impressione che questo tema sia in cima degli interessi scientifici dei sociologi. Non è così, come suggerito da molti altri indicatori. Credo che quella posizione riflette invece la mission dell’Unesco, che dell’Isa è stata una emanazione, cioè la lotta alla “cultura della guerra”.

g) a questi anni risale la redazione delle ampie voci  pace, guerra, militari, violenza e affini nel ) Dizionario di sociologia, curato da F. Demarchi, A. Ellena,  B. Cattarinussi;  dd. Paoline, 1976; aggiornati marginalmente nella seconda edizione ( Nuovo Dizionario di  sociologia, 1987)

g) Altre esperienze. Il mio giovanile lavoro “sviluppo regionale e difesa nazionale” mi ha guadagnato la stima di un autorevole generale-sociologo, Michele Marotta, di Roma. Quello sul terremoto in Friuli del 1976 mi ha fatto lo stesso con il generale Carlo Jean, allora braccio destro dell’on.  Zamberletti , Commissario per due anni ai primi interventi dopo il disastro (mille morti, 100 mila senzatetto e sfollati). Jean mi ha chiesto di scrivere su “la guerra e lo spazio” in un libro da lui curato (1985). Quindici anni dopo il Centro Militare di Studi Strategici  (CEMISS) mi ha incaricato di svolgere un sondaggio canonico ( interviste faccia a faccia con questionario chiuso, su un campione statisticamente rappresentativo) sugli atteggiamenti e opinioni dei giovani italiani sul mondo militare. (allora erano molto vivaci ovunque i movimenti pacifisti e antimilitaristi). Dopo altri dieci anni, Costantino Cipolla mi ha invitato a scrivere un capitolo nella sua curatela intitolata La grande sociologia di fronte alla grande guerra, in occasione del Centenario (per l’Italia, dal 1915). Infine, è in stampa il mio Spazio e società, in cui è incluso un ampio capitolo su Spazi militari.

2. Note filologiche e bibliografiche

2.1 Il tema qui assegnatomi può essere svolto in diverse direzioni; ad esempio, con un’analisi semantica delle quattro parole del titolo. Le prime due non pongono problemi; qui per limiti e potenzialità si intendono le debolezze e incapacità, ovvero il contrario, della sociologia nella spiegazione della guerra, e nella realizzazione della pace.

2.2 Invece, il terzo termine contiene significati diversi. Da un lato v’è il significato ampio,  “comtiano”, della sociologia come “la regina delle scienze umane”, in cui tutte le altre sono “ancelle” (economia, scienze politiche, diritto, antropologia, fin la psicologia, la storia (storiografia) e la geografia (umana) eccetera. Dall’altro, v’è la concezione “residuale”, in cui la sociologia si occupa delle problematiche non già assegnate (nella divisione del lavoro scientifico-accademico) alle discipline sopra citate. La prima è stata presto abbandonata (o quasi); la seconda  pare corrisponde alla  condizione prevalente della sociologia nel Novecento. A  margine, si possono citare le concezioni intermedie e miste (sociologia politica,  s. economica, s. territoriale, s. storica, psico-sociologia, antropologia della società moderna, ecc.). Questa discussione preliminare è molto rilevante a proposito del tema pace-guerra, perché nella concezione ampia della sociologia si trova molto “materiale” (pensieri, studi, teorie, indagini, “letteratura”), mentre in quella ristretta la guerra e la pace è poco presente. In molti testi (manuali, trattati, dizionari, enciclopedie) di questo secondo tipo, essi non sono tematizzati  adeguati, o addirittura non citati.

2.3 Qui di seguito si offrono molto sinteticamente i risultati di velocissima  ispezione su testi generali di sociologia/scienze sociali, in preparazione di questa conversazione:     

   A) Nelle enciclopedie americane:

1) In Encyclopedia of social sciences , (E.R.  Anderson Seligman,  A.J. Saunderson Johnson, eds.) Mc Millan,  15 voll., pubbl.  Dal 1930, 16 ristampe fino al 1967. Una delle ultime ristampe si trova nelle biblioteca dell’univ. di Trieste. Vi si trova l’ampia voce Peace movements, scritta da Norman Angell (1877-1967), premio Nobel per la pace nel 1933. Il taglio è nettamente storico. Sugli anni dopo il 1945 vi sono solo brevi cenni. In questa ispezione, non si è potuto trovare la voce war.

2) International encyclopedia of social  sciences (D.S Sills e R.K. Merton),  ed.) Mc Millan1968 , 11 voll. Non è stato possibile aprire le voci Pace e Guerra

3) International encyclopedia of social and behavioral science, (N.J. Smelser, P.B. Baltes, eds.), Elsevier/Pergamon, 2001; 4.000 voci, 26 voll.,  Non è stato possibile aprire le voci Pace e Guerra.

4) Encyclopedia of sociology (E.F. Borgatta, R. Montgomery, eds.), Mc Millan, 1992, nuova edizione 2000, 5 voll. Sono presenti sia la voce Peace di L Kriesberg  e War, di E. Kiser, ma piuttosto brevi rispetto ad altre (rispett. 5 e 7 pp.)

5) Wikipedia: Le anonime voci War  e Peace sono molto severamente criticate dagli editors di Wikepedia. A prima vista sembrano piuttosto banali e raffazzonate.

6)The Sage encyclopedia of war. Social sciences perspectives ( P. Joseph ed.); Sage 2016;, 4 voll.,  650 entries, 1980 pp. Non è stato possibile (ancora) consultarla.

B) in Italiano:  

1) Sociologia (dizionario cur. R. König, Feltrinelli, 1964, pp. 405): mancano sia la guerra che la pace.

2) L. Gallino Dizionario di sociologia, Utet 1978, pp. 757: manca la voce pace; nell’indice tematico, la voce pace rinvia a  ad aggressione, guerra, violenza, qualità della vita.): la voce guerra c’è ma brevissima (mezza pagina).

3) Dizionario critico  di sociologia, di R. Boudon, F. Bourricaud (prima orig. Ediz. francese, 1981; ediz italiana curata da L. Infantino, per la casa ed. Armando, 1991, pp. 656). Mancano sia la guerra che la pace.

4) Enciclopedia Treccani: la lunga voce Pace è scritta dal filosofo-storico-politologico Norberto Bobbio e dell’ambasciatore-opinionista Sergio Romano; la  guerra è scritta dal politologo Virgilio Ilari.

5) Enciclopedia della scienze sociali della Treccani: la lunga voce su pace è scritta dallo storico-politologo Marco Cesa.  La lunghissima voce Guerra è dovuta, partitamente, da uno storico (Silvestri), un politologo-opinionista (Panebanco) e un giurista (A. Cassese).

In preparazione di questo convegno non mi è stato possibile aggiornarmi sistematicamente su monografie e articoli sull’argomento apparsi negli ultimi decenni.

2. 4. La debole posizione delle  pace e della guerra in sociologia ha radici molto diverse. Guerra appartiene ad un famiglia di parole affini abbastanza ampia: conflitto, lotta, scontro, combattimento, battaglia, non necessariamente accompagnati dal qualifica “armato”; e, violenza, militarismo ed altri. Un tempo la guerra era un fenomeno ben definito, fin istituzionale. Dopo le due grandi guerre mondiali  ha prevalso l’idea che la guerra sia un male assoluto, e si è cessato di “dichiarare la guerra” e concluderla con un “trattato  di pace”. La guerra è formalmente “ripudiata” da molti soggetti politici, ai vari livelli; ma si continua a fare, con vari nomi, modi  e mezzi; e in modo più esteso e intenso, ai nostri tempi. Anche la guerra, come tutto, è un concetto complesso, aperto ad una molteplicità di definizioni, giudizi e atteggiamenti. In  società pacificate e di diffuso pacifismo, chi si dedica a studiare  la guerra può suscitare sospetti di essere “poco politicamente corretto”.

Al contrario, la parola Pace ricorre continuamente nella vita quotidiana, come nei saluti (cfr il Salam e il Shalom tra i semiti), le preghiere di tutte le religioni; sempre (quasi) con significati positivi: sinonimi di felicità, serenità, armonia,  benessere, prosperità. Eticamente, la vera pace deve essere anche giusta. Sociologicamente, la pace significa il buon e normale funzionamento dei processi e strutture sociali; ciò rende meno importante identificare la pace come oggetto di studio  particolare. La situazione è simile a quello della medicina: fino a tempo molto recenti, essa ha studiato solo le malattie, non la salute; il dolore, non il piacere. La definizione più semplice di pace è in termini , paradossalmente, negativi e contrastivi: la pace è l’assenza di guerra, conflitti, tensioni, perturbazioni, ingiustizie. Questi sono gli oggetti, i  problemi, i temi propri della sociologia. La “Peace research”, come disciplina social-scientifica specialistica,  non ha avuto molta fortuna perché, in linea di principio,  tutti (quasi) vogliono la pace e pensano di lavorare per la pace. Anche i militari: “si vis pacem, para bellum”, dicevano gli antichi; e il motto “Peace is our Profession” campeggia sul Pentagono. Il problema non è volere e studiare la pace; il problema, finora insoluto, è trovare i mezzi e modi per stabilirla.

3. Nota storica

Questa analisi puramente “filologica” rispecchia quella storica. A prescindere dagli infiniti precursori, la sociologia nasce verso la metà dell’Ottocento, con l’avvento della società industriale-borghese e il declino di quella militare-nobiliare, che ha caratterizzato i millenni precedenti. Si dava per scontato che nella nuova società, grazie all’educazione, la razionalità, la tecnica e l’industria si poteva eliminare le cause profonde della guerra (scarsità, ingiustizia, ignoranza) tra le nazioni, e formare una umanità pacifica unita su tutto il mondo. La guerra è stata un fenomeno universale, normale e dominante, nel passato; ma  è obsoleta, si può prima ridurre, regolamentare, e infine cancellare. Grosso modo, i sociologi della  prima generazione sono stati realisti per quanto riguardava il passato, ma pacifisti (cioè idealisti e utopisti) per quanto riguardava il futuro. Weber ha statuito che l’unità d’analisi della sociologia, cioè l’azione sociale, è caratterizzata dal mancanza di violenza. Se questa è presente, l’azione deve essere collocato in un altro settore delle scienze sociali, cioè la politica, Questi ragionamenti hanno contribuito a spiegare la scarsa attenzione dei padri fondatori per la guerra e la pace; ma si deve ricordare fin dall’inizio vi sono autori “scettici” e fin cinici a questo proposito, come Gumplowicz e Pareto, secondo i quali la violenza e la guerra sono inevitabili.  L’ottimismo pacifista e globalista dei primi sociologi si è infranta contro la corsa degli Stati verso il riarmo e la deflagrazione del 1914. Gran  parte di essi si sono arruolati, moralmente e  anche praticamente, nelle armate della propria nazione. Molti sono divenuti faziosi difensori delle ragioni della patria di appartenenza.

La prima guerra mondiale è stata così inaspettatamente sanguinosa da ispirare molti a fare in modo che quella sarebbe stata l’ultima guerra, ma la storia non andò affatto  così. Anche la seconda, anche peggiore, avrebbe dovuta essere l’ultima, con l’istituzione  dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; ma la storia si ripetè ancora. Il suo braccio culturale, l’Unesco, avrebbe dovuto diffondere la cultura della pace “nella mente degli umani, perché è lì che nascono le guerre”; e in questa linea ha promosso anche le scienze sociali nel mondo. Di nuovo, le speranze sono andate deluse: dal 1945 nel mondo si sono svolte innumerevoli guerre, di ogni dimensione e tipo. Per circa quarant’anni l’Europa e l’Occidente ne è stata immune, grazie alla “guerra fredda” e all’’equilibrio del terrore”; ma quando quell’equilibrio si è rotto (collasso dell’impero sovietico, 1989-1992) anche nel Caucaso, nei Balcani e in Ucraina sono esplose orrende guerre calde.

4. Sociologia, scienze sociali-umane, e cultura generale, su guerra e  pace

Dopo il 1945 la sociologia e le scienze sociali sono cresciute enormemente, in termini di persone, sedi, strumenti, pubblicazioni. Anche la pace, la guerra, la violenza e temi affini sono stati intensamente studiati; ma allo stato è impossibile misurare quanto questo ammonti, in percentuale, sulla totalità degli studi sociologici, e ancor meno quanto essi abbiano influenzato la realtà della pace e della guerra. Questa è un mega-problema che sfugge ai quadri teorici e metodologici della sociologia in  senso stretto. E’ molto difficile studiare empiricamente e liberamente le guerre in corso; di quelle passate, inevitabilmente, si può fare solo storia; e anche qui, solo dopo decenni, quando gli archivi sono aperti. Il tema è stato consegnato ad altre discipline umani e sociali: in primo luogo alle scienza politiche e alle “relazioni internazionali”, e poi alla storia e alla filosofi, al diritto e alla psicologia. Si sono formate anche discipline sintetiche e specialistiche, come la polemologia, la citata “Peace Research” e, meno nota, l“irenologia”, in cui confluiscono elementi anche da altre discipline, come l’economia, la statistica, l’antropologia, la psicologia, la demografia, la biologia, la strategia, la ecc. A questa osservazione se ne aggiungere tre.

La prima è che tra le scienze sociali e umanistiche vi sono fitti e complessi rapporti, genetici o acquisiti,  in cui la sociologia ha una certa importanza; si può osservare una certa tendenza, molto minore, di “sociologizzazione” delle altre. Alla tendenza prevalente di “divisione del lavoro” ovvero “differenziazione funzionale” nel sistema scientifico-accademico, si contrappone qualche tendenza alla commistione, sintesi e fusione (approcci interdisciplinari, “meticciato”). I sociologi non dovrebbero disperarsi sul proprio status, nell’ambiente accademico.

 La seconda è che quasi tutte queste discipline sono giovani (emerse nell’800)  o giovanissime (nel Novecento), mentre il tema della pace-e- della guerra è stato oggetto di riflessione fin dagli albori del pensiero.  Su questo tema in Occidente si è formato un ricco patrimonio di ragionamenti, sedimentato nei millenni, e affidato a testi scritti religiosi, teologici, storici, filosofici, giuridici, prasseologici, che hanno anticipato da secoli e millenni le “scoperte” delle scienze sociali contemporanee. Ho l’impressione che i discorsi attuali su pace e guerra, e gli atteggiamenti dell’opinione pubblica su questi temi, spesso sono ignari di tale patrimonio.

La terza è che in passato, a fronte del pacifismo tipico delle principali grandi religioni, v’erano anche filoni bellicisti, che esaltavano il valore  positivo e anche supremo della guerra, come espressione dei valori umani più alti: coraggio, eroismo, sacrificio, onore, gloria, lealtà, grandezza morale e materiale (ricchezza). Vi sono state società in cui la guerra (saccheggio, predazione) è stato il principale fonte di risorse e modo di vita. A queste ha assomigliato l’antica Roma; ma la lista di società bellicose sarebbe lunghissima. In modo meno esplicito, la l’apologia della guerra è insita nella esaltazione della patria, della nazione, dello Stato; perché tutte o quasi sono nate grazie alla guerra, e si sono arrogate il diritto di difendersi, procurarsi sicurezza, e ingrandirsi con la guerra. Si può sempre sostenere che la propria guerra è giusta e sacrosanta. La storia è intessuta di guerra. La guerra è il giudice inappellabile della storia. I vincitori hanno molti diritti, tra cui scrivere la storia.  La guerra è il “lavacro di sangue” grazie alla  quale una società/Stato/nazione/razza si purifica, rafforza e cresce. La “statolatria” implica il bellicismo. Nella seconda metà dell’Ottocento a queste argomentazioni tradizionali si sono aggiunte quelle del darwinismo “sanguinario” (non la teoria evoluzionistica del mitissimo Darwin), secondo cui anche nel mondo biologico vale il principio della lotta, della vittoria del più forte (“tua mors vita mea“).  Un po’ più tardi si è evidenziato quanto il progresso tecnico, economico e industriale sia dovuto alle esigenze della guerra.  Infine, sempre v’è stato un apprezzamento del valore estetico della guerra e dei guerrieri; la guerra come “festa crudele”, l’apparato di abbigliamenti, corazze, bandiere, parate, accompagnamento musicale. Qualcuno ( F. T. Marinetti)    ha scritto liriche  in elogio delle nuove armi, come la mitragliatrice. Gli etimologi lo negano disperatamente, arrampicandosi sugli specchi, ma è difficile non  credere che vi sia qualche rapporto genetico tra la parola latina bellum e quella neo-latina “bello”. Molti Stati festeggiano i momenti principali della propria storia con sfilate delle proprie forze armate, in cui i soldati e gli strumenti  compongono  coreografie spettacolari ed emozionanti. Tutto questo sembrava finito con il 1945, ma le cose sono andate in modo molto diverso. La spiegazioni social-scientifiche  delle guerre sono chiare, ma non hanno potuto fare nulla per evitarle.  

5. L’analisi sociologica della guerra e della pace.

Come ho detto sopra, il  concetto di guerra  è collegato con quelli di potere, violenza, conflitto, militarismo. Per capire il primo sarebbe necessario esplicitare questi collegamenti. In breve, la guerra, come scontro tra soggetti organizzati (società, Stati) è la forma estrema, esplicita e in linea principio limitata nel tempo, del conflitto, mentre i secondi sono endemici e durevoli, e di solito latenti. La guerra è sintomo della rottura dei processi societari normali. Essa si spiega meglio con la sociologia conflittualista. Tuttavia, esse si presta anche ad un analisi funzionalista, secondo la quale se una cosa esiste deve avere una funzione: qual è il suo scopo? A quali persone, gruppi, ceti, settori, sottosistemi giova la guerra? in che modo giova all’intera società?  A questi quesiti molti teorici hanno fornito risposte (integrazione, rafforzamento, omologazione, unità, crescita, progresso  tecnico, ecc.). V’è un terzo approccio sociologico alla guerra, quello causale: quali sono la cause (fattori, forze) delle guerre, a prescindere dalle istanze di  controllo (i potenti, i volenti, i bellicisti) e dalla funzioni?. In  questo approccio le guerre possono accadere per forze fuori controllo, per caso, per fatalità, per processi di autoalimentazione (feedback), di causalità circolare.

Si è detto che le moderne  spiegazioni socio-scientifiche della guerra, che si avvantaggiano anche di millenni di ragionamenti su essi, sono abbastanza chiare e convincenti. Una delle teorie più semplici, eleganti e ancor più  citate è quella di K. Waltz, Man, the State, and war, del 1959: le guerre nascono dalla  confluenza di tre ordini di fattori:

a) quelli legati alla natura umana: aggressività (testosterone), disponibilità a odiare e uccidere, autoritarismo, amor di patria, sete di potere di alcuni, disponibilità di altri a sottomettersi a organizzazioni fortemente disciplinate, spirito di  corpo, ecc.);

  b) quelli legati a certi caratteri della alla strutture sociali (diversità di interessi all’interno, e loro conflitti; extra-flessioni  dei conflitti; montatura di Nemici e Capri espiatori esterni; la guerra come la politica con altri mezzi e modi;  deprivazione e frustrazione di certi gruppi e classi; ingiustizie,; la crescita territoriale, economica e politica come garanzia di sicurezza e indipendenza; miti politici (di unità, di continuità, di frontiere naturali, ecc.); cultura bellicista e militarista ecc.;

c) quelli legati alla struttura del sistema internazionale (comunità  internazionale ovvero inter-statuale): in particolare alla mancanza di una struttura politico-militare centralizzato a livello globale (polo, supra-potenza) in grado di imporre la pace ai sistemi subordinati

L’individuazione del fattori belligeni di per se indica anche le strade per realizzare la pace universale. Ma ognuna di esse ha qualche limite. La prima pare più fattibili: mediante l’educazione, si può allevare generazioni di Uomini Nuovi, depurati da tendenze e tentazioni violente e bellicosi, e di fatto in molte società la “cultura della pace”, la non-violenza è molto diffusa, nella nuove generazioni. Ma su questa strada si rischia di andare oltre, e ricorrere ad altre tecniche di modellazione  della psiche (tecniche comportamentali di condizionamento; sostanze chimiche; tecniche genetichei, ecc.. Tutto ciò minaccia la libertà, l’identità e la diversità degli individui.

Sul piano della società, di fatto sono sempre esistite società pacifiche, ma rare, piccole, di basso livello organizzativo e culturale, e stabiliti i luoghi molto marginali (giungle, deserti, altopiani, terre freddissime) che difficilmente possono essere d’esempio per le società più “normali”. Invece si possono indicare alcune società moderne, che un tempo molto bellicose, sono divenute esempio di pacifismo, come la Svizzera e la Svezia; esse sono dotate dei mezzi di difesa militare più avanzate del mondo. Oggi tutte dichiarano di “ripudio alla guerra”; ma nessuna-salvo il Costarica – rinuncia alle armi difendersi. Il pacifismo integrale all’interno di una società/Stato è limitato dal fatto che può sempre sorgere uno “Stato canaglia” che mette in pericolo la sicurezza di altri. Il disarmo unilaterale può funzionale solo se tutti lo fanno, insieme.

Per quanto riguarda la terza via,  l’idea del Governo/Stato centrale e unico, cioè l’Impero universale, che imponga a tutto il mondo la pace e l’ordine è antica e si è ripresentata più volte, nei s millenni e in vaste porzioni del pianeta: Roma, Napoleone, Mosca, la Gran Bretagna, gli Usa.  ma si è sempre infranta contro la radicale opposizione degli Stati Sovrani e la tendenza degli umani di mantenersi di rimanere liberi e diversi. La versione più democratica e multilaterale, cioè la Società delle Società e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, non ha neppure tentato di imporsi centro di potere mondiale. Attualmente, pare la sola la Cina, per le sue dimensioni e capacità organizzative, tecniche, economiche, culturali ecc. di porsi come il centro dominante (il Polo unico) del mondo.

6. tipologia delle guerre

A fronte della semplicità concettuale della teoria, da tempo canonica, di Waltz sulla guerra, si deve ribadire che la guerra appartiene alle aree concettuali più ampie del conflitto,  della forza armata e della violenza, e quindi è un fenomeno complesso e diversificato. Come si è detto, da quando ha prevalso, a livello etico-politico e culturale, la condanna (“ripudio”) della guerra, se ne sono fatte innumerevoli, ma senza dichiararle formalmente e nominarle. Di conseguenze, dal 1948 in poi non “non si sa di cosa si parla” quando si parla di guerra. Con questa parola ci si riferisce a molte fattispecie; ovvero  la guerra si presenta in molte forme.

Questo vale anche per il passato. Vi sono state guerre asimmetriche, tra società/Stati ecc. molto diverse, sul piano organizzativo, tecnologico, economico, culturali, come tra la Grande Bretagna i zulù del re Chaka nel Sudafrica di metà Ottocento. Vi sono sempre state guerre tra le parti di uno stesso società/stato (guerra civile); g. di popolo, tra le masse popolari e le formazioni “regolari” a servizio dei potenti in carica; g. di indipendenza, g. di liberazione, g. di resistenza, g. preventive, g. di punizione, g. di sterminio, g. di espansione territoriale, g. coloniali, g. di religione o di ideologia, g. per bande, g. per interposti Stati (g. vicarie), ecc. Le guerre differiscono a seconda del livello tecnologico, dell’incidenza di aspetti psicologici (propaganda, terrorismo), economici (assedio, distruzione degli insediamenti e dei raccolti, tattica delle terra bruciata, modifica delle terre, acqua e aria,  guerre commerciali e tariffarie, ecc.), delle modalità di reclutamento del personale combattente (volontari, obbligati, mercenari occasionali, professionisti, ecc.).  Ogni tipo di guerra richiede analisi e teorie (conflittuali, funzionali, causali) particolari.

Qualche anno fa Papa Francesco ha proposto più volte il concetto di “guerra a pezzettini”, che ha trovato molto favore mediatico ma che, in mancanza di una spiegazione più approfondita da parte del suo augusto e defunto  autore, rimane difficile da accettare.  O è una sgrammaticatura logica (la guerra è un nome/concetto/categoria/idea mentale generale, mentre con i “pezzettini” ci si riferisce agli innumerevoli fatti empirci, fenomeni concreti particolari); o si pensa che i “pezzettini”, gli innumerevoli fatti/fenomeni bellici, siano parte, sintomo, spia, prova, evidenza di una unica guerra concreta e latente. Ma in questo caso si dovrebbe indicare chi (persona, gruppo, Stato, istituzione, soggetto ecc.) ha concepito e scatenato questa grandiosa Terza Guerra Mondiale in atto, la dirige e ne è responsabile. Per qualche indizio, si può sospettare che nel retro della mente di Papa Francesco il regista occulto della “guerra a pezzettini” stia dalle parti di Washington e di Wall Street (il solito Cia, gli Usa, il capitalismo, il neo-colonialismo). Non è questo il posto per discutere questa interpretazione.

7. Conclusioni

 Nell’ultimo secolo e mezzo (circa dalla metà dell’Ottocento) la guerra si è dotato di mezzi tecnici sempre più potenti del passato (agenti chimici e biologici, bombe nucleari, missili intercontinentali), con effetti imprevisti  (guerra fredda, equilibrio del terrore, ecc.). Gli ottimisti hanno sperato che la stessa potenza infinita dei mezzi di distruzione abbia reso la guerra “clausewitziana” cioè totale, non più utilizzabile come “politica con altri mezzi”. La renda obsoleta, a meno che si voglia rischiare la mutua distruzione dei contendenti e dell’intera vita sul pianeta. Di fatto, l’equilibrio del terrore atomico” ha garantito  all’Europa la pace per circa quarant’anni, ma il suo eclisse verso il 1990 ha permesso il ritorno alle nostre porte  guerre molto simili a quelli del passato, con le ovvie diversità legate alle progresso della tecnologie  elettroniche-cibernetiche-robotizzate-satellitari.

Sul futuro della guerra la fantascienza e l’industria cinematografica ha concepito e rappresentato forme di guerra che noi umani non possiamo neanche immaginare, e temo che neanche i sociologi le possano capire o modificare.

In preparazione di questa conversazione mi sono riletto quello che ho scritto mezzo secolo fa, sulla base della letteratura sociologica (in senso ampio) disponibile allora. Da allora ho continuato a seguire sui media, da semplice cittadino, le vicende della guerra e del pace nel mondo, e mi pare (forse per auto-inganno) che quello che ho scritto allora sia ancora valido; o, quanto meno, mi pare di non aver trovato discrepanze con quello che è successo e sta succedendo negli ultimi decenni. A questo punto potrei/dovrei  fornire qui una sintesi di quegli scritti, ma preferisco rinviarvi a leggermi per esteso sul Nuovo Dizionario di Sociologia delle Paoline, e invece pormi qui delle domande.